Critiche

DI LUI HANNO SCRITTO:

Kazuo Akiyoshi, Dalmazio Ambrosioni, Laura Basso, Anna Caterina Bellati, Carol Damian, Raffaele De Grada, Mimmo Di Marzio, Giovanni Faccenda, Paolo Levi, Luigi Meneghelli, Daniela Pronestì, Paolo Rizzi, Giovanni Serafini, Vittorio Sgarbi, Maurizio Vanni


La bellezza ritrovata - Daniela Pronestì


L’artista futuro troverà le belle forme  anche per dipingere il disordine e il caos. 
Fëdor  Dostoevskij 

Sono lontani i tempi in cui John Keats chiosava l’Ode su un’urna greca con la celebre frase bellezza è verità, verità bellezza. Era il 1819 quando, contemplando i fregi del Partenone, il poeta inglese provò un sentimento di ammirazione molto simile all’estasi, tale da ispirargli una delle sue poesie più note. Difficilmente oggi potremmo vivere un’esperienza estetica con altrettanto trasporto, immersi come siamo in un costante stato di assuefazione visiva. Tantomeno saremmo pronti a riferirci alla bellezza attribuendole, come avviene nei versi di Keats, una funzione etica. In una società dove le immagini generano un mondo simulato, quasi iperreale, senza alcuna distinzione tra vero e falso, anche la bellezza diviene finzione, vuota apparenza. Eppure, un’altra via è possibile e viene dall’arte. Ce la indica Pier Toffoletti, da sempre votato al bello come scelta di stile e insieme forma di ribellione. A guidarlo è la ferma convinzione che rimanere indifferenti di fronte alla bruttura, all’orrore, alla grossolanità equivalga a diventare complici di una crisi culturale ormai estesa anche l’arte. Occorre, invece, ribellarsi, riportando la questione della bellezza al centro del dibattito artistico. Un atto di responsabilità che si fonda, nel suo caso, sulla risignificazione estetica delle immagini mediatiche, ovvero sul ribaltamento degli stereotipi visivi per mezzo dell’intervento artistico. I volti ritratti nel ciclo Face splash intercettano modelli femminili appartenenti all’immaginario della moda e della pubblicità, e quindi àmbiti dove i canoni estetici, oltre ad essere irraggiungibili, vengono distrutti e ricostituiti continuamente. Proiettate in una dimensione atemporale e priva di connotazioni spaziali, le donne di Toffoletti guidano ad una riflessione che supera il tema della vanitas, della caducità connaturata alla condizione umana. Sui loro volti grava il destino di una nuova fragilità, più temibile e drammatica, quella di una bellezza che il presente corrompe e consuma velocemente, al pari di una merce o di uno slogan. Una luce lunare si stende come un velo su queste sembianze, facendole sembrare reliquie di un passato lontano, ombre restituite dal tempo sotto forma di apparizioni improvvise. E’ la legge essenziale della bellezza - direbbe Walter Benjamin - che si rivela solo in ciò che è velato. Lo sa bene l’artista, che interviene conferendo una qualità livida, umbratile alla pittura, dovuta alla predominanza di colori grigi e lumeggiature dai toni metallici. Una gamma cromatica debitrice in gran parte del bianco e nero fotografico, così come dalla fotografia deriva l’espediente tecnico della sfocatura.
Effetto, quest’ultimo, che, opacizzando e talora cancellando i contorni dell’immagine, introduce un’allusione all’eternità delle rovine e alla loro vittoria sullo scorrere ineluttabile del tempo. Come dire, quindi: la bellezza resiste all’ingiuria dei secoli. Eppure, Toffoletti mette alla prova questa “resistenza”, la spinge fino al limite della destrutturazione visiva, irrompendo sul tracciato figurale con una gestualità talvolta spregiudicata. Un movimento esibito, fluido, saturo di segni che agiscono sulla superficie senza tuttavia risparmiare la profondità dell’immagine. E’ un salto nell’astrazione del colore, distribuito con passaggi di gradazione tonale, campi rettangolari o quadrati, colature e tache di matrice informale. E ancora, larghe pettinature e brevi tocchi di tinte pure, in una continua alternanza di diluizione e concentrazione cromatica. L’intento non è contrapporre alla fissità dei volti il dinamismo dell’azione pittorica, ammettendo così la presenza di un testo e di un sottotesto dell’opera, ma giungere ad una sparizione - fusione della figura nel colore e viceversa. Ostile evidentemente ad ogni classificazione, Toffoletti risolve così, con geniale intuizione, l’annosa querelle che per oltre un secolo ha visto fronteggiarsi figurativo ed astratto, con strascichi evidenti ancora oggi. La velocità e la transitorietà degli eventi umani, vissuti in maniera sempre più frammentaria e discontinua, minacciano il volto perenne della bellezza. E l’arte, con le sue schizofrenie, offre un non modesto contributo al disorientamento estetico della società attuale. Ma se è vero, come afferma Auguste Renoir, che il dolore passa e la bellezza resta, allora sediamoci sulla riva del fiume ad aspettare che il tempo faccia giustizia di tante inutili provocazioni. E’ lì che incontreremo Pier Toffoletti.


Pier Toffoletti. SPLASH! - Maurizio Vanni


Nelle accademie di belle arti, quando ancora si percorrevano strade tradizionali e formative, quando la parte propedeutica era basata sulla conoscenza di tutte le tecniche espressive, si diceva che una delle prerogative della spatola, nel suo comprimere il colore ad olio su un palinsesto, era quella di tirarne fuori maggiore brillantezza. Vivere una performance di Pier Toffoletti, a prescindere dalla suggestione dell’azione, è come sentire rinascere la pittura rupestre di 35 mila anni fa in chiave contemporanea: graffiare sulle pareti delle caverne con l’esigenza di raffigurare la quotidianità, il bisogno di incidere qualcosa con la consapevolezza che sarebbe dovuto rimanere oltre il tempo e, soprattutto, l’urgenza di credere alla ritualità di un gesto pensato come un rito propiziatorio.
Il termine splash, in lingua inglese, significa schizzo, spruzzo, macchia, ma anche mettere in rilievo qualcosa attraverso un getto di qualcosa sottolineando un arrivo stupefacente. I workshop di Toffoletti, le sue performance dal vivo, le sue azioni sollecitate e ritmate da percussioni di matrice tribale, ci rendono partecipi di un momento creativo che prende forma di fronte ai nostri occhi come qualcosa di mistico e quasi magico. Le sue mani vanno a cercare il colore schiacciandolo, completando di fatto un lavoro che prende forma deflagrando la forma, che si manifesta come una positiva negazione, come una rinascita dalle ceneri di ciò che rimane della pura esistenza, come un passaggio dimensionale che va oltre il teatro delle nostre vite. Nulla a che vedere con il dripping o l’action painting di pollockiana memoria; infatti in questo caso l’apparente casualità è disciplinata dal mestiere e dalla grande conoscenza accademica con i parametri mentali che Toffoletti si impone – scelta della grandezza della tela, selezione dei colori e una composizione alla base spesso morfologicamente riconoscibile. La parte più misteriosa e relativamente nuova, invece, è l’epilogo finale, che potremmo definire come l’epifania della forma. La ricerca lucidamente concitata, disperatamente animata si fa più cerebrale e meditata con la scoperta di un corpo femminile, o meglio con la riscoperta dell’anima di un organismo. L’azione performativa diventa più profonda, lenta e quasi meditativa nel dare consistenza a qualcosa di impalpabile. In quel momento Toffoletti asseconda il canto dell’anima che chiede di essere vestita, di avere una parvenza materiale. Sono tante le anime che il pittore friulano deve cercare e deve coprire di colore esaltando una luce quasi ultraterrena.
Ciò che rimane sono proprio le tracce soprannaturali dei respiri trovati, le matrici di una vita recuperata che si mettono quasi in posa di fronte a colui che non le immortala, ma le libera, le ripensa, le ricrea di fronte ai nostri occhi. Ecco come la ritualità di una scena di caccia graffiata sulle pareti di Lascaux si ripete attraverso un’azione fisica che cerca la vita. Quello di Toffoletti non corrisponde a un semplice evento artistico, ma a un grido al tempo stesso evocativo e premonitore, a un inno alla vita vera e alla riscoperta, attraverso la fisicità e la purezza del primitivismo, dei valori veri dell’esistenza. Il venire meno della nostra identità ci impone una riflessione che Toffoletti trasforma in azione. Dobbiamo credergli. 

 


VENUSTAS ET MATERIA - Giovanni Serafini

preferisco dipingere gli occhi degli uomini piuttosto che le cattedrali,
perché negli occhi degli uomini c’è qualcosa che non c’è nelle cattedrali
Vincent Van Gogh


Ammirando un’autentica opera d’arte non dovrebbe essere determinante conoscere la biografia dell’artista. Il gallo morente, i bronzi di Riace, la Venere di Milo sono opere di ignoti e poco o nulla aggiungerebbe alla loro eccellenza estetica la conoscenza di particolari della vita dei loro autori.
Nel caso di Pier Toffoletti invece l’intreccio tra le sue esperienze di esploratore con i suoi viaggi al centro e agli estremi della terra e nel suo intimo, la sua volontà di penetrazione degli enigmi che ci circondano e le sue poliedriche esperienze creative – dalla comunicazione pubblicitaria alla regia, dalla scultura alla pittura, dallo yoga alla speleologia, dalle emittenti radio alle perlustrazioni di lande desolate – è strettamente avvinto alle forme espressive e alle fasi evolutive della sua arte che da tempo si è fervidamente concentrata sulla pittura.
Pur avendo appreso la disperata inanità della ricerca ultima dell’uomo - inconsapevole creatura, effimero contenitore di energia - Pier Toffoletti è un instancabile quanto temerario indagatore che si appaga di rischiose immersioni nelle viscere della terra e della capacità della sua anima di staccarsi da essa, sapendo trasmettere ai granulosi impasti di marmoree polveri e di sabbie delle sue tavole un’aura di trascendenza con l’ariosa avvenenza delle sue figure dipinte. Stendendo sulle scabrose superfici delle sue tavole inizialmente immagini di vivide resipiscenze classicheggianti, dalle rugginose cromie con predilezione per gli ossidi, l’ocra, la seppia, la sinopia, volgendosi in seguito verso una infinita elegante estensione di grigi e di chiare tonalità, in seguito sopraffatti da verdi smeraldo e verdi-azzurri, poi aggrediti da allusive incursioni di blu cobalto e di rossi carminio per ottenebrarsi, nei più recenti lavori, in tetri fondali bituminosi così simili a paurosi anfratti di grotte millenarie in cui si fronteggiano crudamente il bianco e il nero, la luce e il buio, umane sembianze e silenzio di tenebra.
La precocità della pittura in Pier Toffoletti – non ancora tredicenne si cimentava con copie di lavori di Michelangelo e di altri capolavori del Rinascimento – e la sua bramosia di conoscenza per chi siamo, cosa ci sia davvero intorno e dentro di noi, cosa occultino gli abissi marini, cosa celi la minaccia buia di un antro, vincendo la selvaggia ostilità che ne promana, hanno determinato un crescendo di sedimentazioni interiori, di cognizioni, di stratificazioni emotive che si sono andate via via fissando nella sua copiosa e colta produzione pittorica avvicendatasi nel tempo e presto inghiottita da un mercato di qualità tuttora vitale che spazia dall’Europa all’America fino a raggiungere il raffinato, pretenzioso Giappone.
Un nomadismo istintivo, fisiologico e intimista (“sento che il corpo è un vestito e che in noi c’è qualcosa di più grande che non può morire”), una tensione costante di conoscenza, un amore dichiarato per la bellezza e una innata perizia sono le qualità di Pier Toffoletti per solennizzare l’ambigua gaiezza del vivere, regalandoci inusitati sprazzi di consolazione.
Cui si aggiunge curioso e ammirato stupore per gli esiti così efficaci e ben determinati della sua figurazione, del tutto attuale pur nella sobria classicità di impostazione – e qui sta il prodigio di un’inequivocabile “contemporaneità” espressa con l’eleganza descrittiva di un linguaggio universale ed eterno, con buona pace degli interessati detrattori – mentre, avvicinandosi alle tavole ricoperte da una sorta di intonaco scabro e abraso, cosparso di geroglifici prima impercettibili, si scorgono pochi tocchi di fluide, larghe pennellate, a volte addirittura tracciate con la pennellessa, e indistinti addensamenti cromatici che l’inganno della retina, solo riprendendo distanza, ricompone in perfetti contorni di volti, morbidezza di carni, setosità di capigliature, mai disgiunti da un sottofondo velato di malinconia, di dissimulato, pudico struggimento. A rappresentare forse, pur senza ossessione, la fugacità di un istante che ci vide felici, perduto come una canzone portata dal vento.



I CONFINI DELLA LUCE - Paolo Levi

Per Pier Toffoletti dipingere è atto liberatorio, di crescita interiore, e il quadro rappresenta, per lui, una sorta di scrigno dei sentimenti.
È il suo un caso poetico di un’anima alla ricerca di risposte. Per questo motivo viene spontaneo scomodare C.G. Jung e i suoi studi sull’inconscio, produttore di simboli suggestivi, sovente arcani.
Comporre immagini, che definirei improvvisi dell’anima, significa per Pier Toffoletti indagare lungo gli anfratti del preconscio e ricavarne stupori, misteriose nozioni figurali che hanno  una  conclusione, ma come lasciata in sospeso, a livello di lettura visiva.
Nella sua produzione più recente ha abbandonato l’incantesimo che trasmettevano le sue figure femminili, di una beltà plastica fine a se stessa, dove l’ombra sembrava vincere sulla luce. Oggi la situazione pare capovolgersi: la fonte attuale della sua ispirazione tende alla rappresentazione di un biancore che rivela un palcoscenico intimista, d’inquieta espressività, riconoscibile nelle sue premesse spirituali. Pare quindi iniziato un proficuo e approfondito dialogo  tra l’artista e la propria anima, tra l’Io e il Sé.
Il pittore porta alla ribalta un’apparenza di immagini, come situazioni umane e naturali, e un’astrazione caotica non casuale nei fondi di splendida stesura informale.
Egli, cercando,  trova: solo sperimentando sarebbe un lavoro infinito. In questo caso, viene in superficie un altrove che egli titola secondo il messaggio che di volta in volta si propone: Figure luminescenti e Luminescenze arboree. Sono fenomeni dell’immaginazione, che egli affronta, e che lo condizionano secondo l’angolo interiore da cui emergono.
Tra i due  differenti  temi c’è,  però,  un indissolubile legame che li unisce: sia per la figura di donna, dall’atteggiamento di ritualità arcana, sia per l’albero trasmutato in forte tensione espressiva, la luminescenza è il denominatore comune che trasfigura il visibile in inafferrabile essenza.
Le raffigurazioni mutano da quadro a quadro, come tanti passaggi musicali, contrappunti dialogici, ben realizzati da un pittore che conosce l’arte del disegno e della tavolozza. Sono mutazioni visive,  trionfi di beltà femminili o della natura arborea, momenti di ritualità che volutamente ingannano la percezione visiva, porgendo momenti luminosi che provengono dalla sua interiorità, che vivono in lui, come essenze-presenze.
Sono momenti decisivi nell’arte di Pier Toffoletti, viaggiatore negli spazi del sogno. Le prodigiose apparizioni di alberi appaiono come simboli della natura, con una loro anima - intrecci dove i rami sono forme informi, rappresentati come  tante scariche elettriche - mentre le figure di donna trasmettono  suggestivi momenti di incantamento, in una  dimensione di apparizione fuori dal tempo e dalla storia, dove la stesura del fondo ha biancori dalla fonte segreta. Forse è materia che ricopre  mitici eventi,  invenzioni,  corpi che pretendono un proprio spazio in una prospettiva definita. Ma questi differenti aspetti comprendono, in verità, l’esperienza volitiva di un pittore inquieto che ha vasti interessi culturali e fantastici, quelli di un mondo attivo e radiante, ai confini di ciò che noi definiamo etereo; un cosmo di cose e di fatti che si ricollega alla necessità di conciliare e di rimanere in equilibrio tra figurazione e astrazione.
Pier Toffoletti non dipinge, ricama. Quando ci si avvede di un suo passaggio cromatico steso con fare lento, questo  va letto e riconosciuto come meditazione di un artista che nulla lascia al caso, pittore conscio delle infinite possibilità di variazioni che il quadro ha sull’essenza del vero apparente. In verità, il motivo conduttore della ricerca di Pier Toffoletti è di portare alla conoscenza di chi osserva improvvisi di luce che sgorgano dal suo inconscio e che diventano magma e segni riconoscibili di momenti suadenti, percezioni di bagliori , di stupori, di essenze illusorie: inquieti travasi di un mondo interiore.



LUMINESCENZE -  Dott.ssa Laura Basso

I corpi di Pier Toffoletti travalicano i confini dei singoli saperi analitici per configurarsi come il luogo in cui riaffermare la loro congenita unità di materia e spirito. Nella sua nuova figurazione, intrisa di precise conoscenze scientifiche e mistico-filosofiche di cui rintraccia gli elementi condivisi, l’artista individua nell’energia endogena dell’uomo il mezzo per una sua liberazione estatica.
Come scrive il medico americano Leonard Laskow: “è scientificamente provato che il corpo produce energie grazie alle reazioni chimiche dell’organismo, misurate comunemente con la tecnologia: risonanza magnetica, elettroencefalogramma, elettrocardiogramma, ultrasuoni […]. Queste energie sono le stesse che vengono variamente chiamate aura, energie spirituali, scalari o sottili”.
   Ogni soggetto dipinto su queste tele è un consapevole centro d’irradiazione energetica che, attraverso un percorso di liberazione-unione, ritrova la comunione con se stesso e con il sovra-terreno approdando così in una dimensione in cui lo spazio non è geometrico, il tempo non è circolare e la materia diventa colorata luminescenza.
   Ad esempio, in Ritratto Luminare una donna, con lo sguardo rivolto verso il basso, è realizzata con una predominanza di cromie naturali, solo parzialmente insidiate da un viraggio di verde e rosa. Invece in Pensiero a Tesla o Pensiero a Kirliam dei corpi raccolti su se stessi sono completamente investiti da questi due colori, che invadono anche tutto lo spazio circostante. Usate in diverse saturazioni queste cromie sono  presenti anche in tutte le altre opere, insieme a quelle dei blu e dei rossi con cui spesso si miscelano ottenendo, ad esempio, i violacei di Ricerca del Contatto Luminare. Una particolare lettura simbolica attribuisce ai verdi e ai rosa la rappresentazione dell’amore, ai rossi della materia e ai blu del divino. Questa connotazione metaforica, gli sguardi sfuggenti e le posture dei corpi ci permettono di interpretare ciò che sta accadendo in queste tele: i soggetti isolano le proprie percezioni dall’esterno per iniziare una concentrazione che gli permetta di liberare la propria energia endogena che, riempiendo l’ambiente, si colleghi a quella divina. Il movimento energetico è reso visibile dall’artista con un’evidente pennellata bianca le cui fattezze permettono di determinarne l’origine o in un preciso punto del corpo, a cui segue un movimento ascensionale, o in un punto esterno che poi discende verso il soggetto; ma qualsiasi sia l’iniziale fulcro di propagazione, le due energie si corroboreranno fra loro per mettere in comunicazione lo spirito dell’uomo a quello di Dio, in un dialogo d’amore.
   Come documenta la letteratura sulle grandi mistiche rapite dall’estasi divina, per unirsi a questo sentimento ideale è necessario vincere le resistenze della materia corporea. Pier Toffoletti ce ne mostra la difficoltà in opere come quelle della serie intitolata Scala Energetica in cui il corpo, in un più avanzato stadio del percorso rispetto ai quadri precedenti, sembra in preda ad uno spasmo, come fosse il terreno di lotta in cui una forza sta, faticosamente, imponendosi sull’altra. In Altra Densità e in Protesa in Spazio Alternativo la vittoria è quasi avvenuta, come dimostrano i corpi eretti che si muovono con maggior scioltezza. Il diniego della materia ci è mostrato in opere come Altro Spazio in cui una donna, chiamandoci in causa con uno sguardo diretto, avanza muovendosi fluida e sorridendo; o come in Immersione nell’Etere in cui l’artista sembra raffigurare una nuova nascita: il soggetto potrebbe essere immerso nel liquido amniotico, cioè appartenere di un altro essere da cui però si distingue, pronto a riemergere/rinascere in una dimensione che, come suggerisce la parola Etere, non sarà tangibile ma virtuale (spirituale).
   Quest’ultimo quadro appartiene ad un dittico che rappresenta lo stesso soggetto in modo speculare e in due diverse cromie. Molte delle sue opere rispondono a questa dinamica e in Doppio Eterico l’artista ne palesa il significato attraverso il titolo: uno dei soggetti rappresenta il corpo fisico, mentre l’altro è, appunto, il corpo eterico cioè l’ologramma delle nostre energie.
   Da queste opere emerge una concezione dell’uomo che solo per la comodità speculativa dei singoli saperi (simboleggiati dall’artista con indecifrabili scritte cutanee), è stato parcellizzato in diverse dimensioni, dimenticando col tempo di essere invece il frutto dell’unione di spirito e materia in reciproca comunicazione. A volte però, incontriamo qualcuno ancora memore di questa nostra ambivalenza e che magari, come Pier Toffoletti, ce ne parla attraverso opere di raffinata elaborazione tecnica e formale veicolando così, nella bellezza delle sue superfici, un concetto fondamentale sulla nostra natura; talmente importante che Michelangelo gli dedicò il centro della volta della Cappella Sistina, quando dipinse Dio che, dopo aver plasmato Adamo con la “materia” del fango, unì il suo indice a quello del nostro capostipite donandogli così l’“energia” della vita.



"La modernità e i suoi padri " - Dalmazio Ambrosioni - 2006

La modernità e i suoi padri
Pier Toffoletti può essere considerato, sul versante della pittura, uno storico della modernità. Al di là dell’evidente talento, della spiccata e pastosa gestualità, del segno sapiente e immediato, riesce a far proprio lo sguardo interiore dell’arte moderna. Ha capito che la pittura, come e più delle altre arti, insegna che la storia ha un peso ma anche una legerezza. Non che prima fosse una sorta di terra di nessuno, ma il fatto di porsi oltre le strettoie della descrittività e le pianure sconfinate dell’astrazione ha riportato l’accento sui segni della storia. Che poi nella pittura contemporanea la faccenda venga rilevata e se ne tenga debito conto è tutt’altra questione.
Alla resa dei conti, cioè con i dipinti e il complessivo sviluppo della sua opera – progressivo, veemente, a tratti percussivo - Toffoletti denuncia l’insostenibilità di quel processo storico che vede il presente in una traiettoria senza passato, proiettata verso un futuro utopicamente trionfante quanto realisticamente incerto. Gli contrappone, in termini di figurazione, le ormai irrimandabili richieste di recupero del passato, prossimo e remoto: appunto dell’arte moderna e delle grandi stagioni del passato, su tutte il Rinascimento. E, più indietro e più in profondo, va a recuperare il riferimento primario, ossia quella memoria antropologica nella quale sono infissi gli archetipi, i modelli originari delle cose; una sorta di imprinting che va ricercato e indagato nel cuore degli uomini (intesi come genere umano) più che nella logica delle cose.
Alle fonti della grande pittura
La pittura di Toffoletti manifesta un’allure stilistica e una gestualità in cui sono sintetizzate le stagioni del moderno. Le si ritrova acquisite, chiarite, elaborate, masticate, digerite e infine fisiologicamente conglobate nel suo DNA pittorico. Ne ha fatto una premessa su cui costruire il proprio sviluppo progressivo. E’ questa l’officina in cui trova gli strumenti – un veicolo, una chiave - per risalire i tornanti del tempo che si è fatto storia e per aprire stanze che attendono di essere dipinte con un linguaggio nuovo, che sappia parlare all’oggi.
Per quest’operazione, che connota la sua opera ormai pluridecennale, ha scelto non un percorso di imitazione del passato, frequente nell’attuale “nuova figurazione”, ma di indagine. Lo persegue in modo radicale per decifrare il linguaggio pittorico, per indagarne il vocabolario onde poterlo, per l’appunto, aggiornare. In questo volo pindarico tra presente e passato è implicita l’idea di viaggio. Dove? Alle fonti della grande pittura, agli affreschi del Romanico, alle pale d’altare del Rinascimento, un mondo ammirato, decantato ma spesso archiviato negli scaffali della cultura figurativa. Toffoletti ne riprende le atmosfere, pittoriche e culturali; le rilancia nella pittura contemporanea tenendo conto delle tante, successive stagioni dell’arte moderna: mentre studia e assimila, crea la propria pittura del presente.
Il recupero del passato in forma aggiornata è uno dei fondamenti della cultura figurativa più attuale, il cui esito si gioca nella capacità di cogliere l’essenziale, il significativo. Toffoletti produce una pittura che proprio nella pastosa gestualità racchiude il ritmo del tempo che passa, i colori delle stagioni, i riverberi delle ombre e della luce, la matericità della natura (usa polveri di marmo, argille e sabbie), la lievità misteriosa dei tempi intermedi, delle soste in cui il percorso non è più e non è ancora. Una pittura all’apparenza istintiva, in verità meditata in cui colori e forme si intersecano fino a intrecciarsi in una successione di toni e sfumature, che poi si risolvono in stesure piene, dichiarate.
Anch’egli,  risalendo a ritroso i territori della storia, si sente – come Marguerite Yourcenar nell’omonimo romanzo -  “pellegrino e straniero“  di fronte alla vertigine delle memorie del passato. A questa estraneità si ribella, convinto che pittori e poeti hanno tutti bisogno di un grande paese, quello dei loro sogni. Tende quindi caparbiamente a verificare la realtà presente in una pittura che unisce sogno e visionarietà nel surreale, che a sua volta sfocia nel metafisico per trovare quelle risposte che il tempo presente non gli dà. E’ sempre in cammino, impegnato a valicare quel crinale di psicologica estraneità oltre il quale, forse, si cela il senso che va ricercando. E che magari é ancora più in là, per cui l‘inquieta ricerca non può fermarsi.
Le immagini del moderno
Per un‘impresa del genere occorrono buoni compagni di viaggio. Pier Toffoletti li trova nella grande pittura del passato, in particolare nella straordinaria tradizione veneta di figura e di paesaggio. Ma anche nelle immagini del moderno: nella cartellonistica, nel graffitismo, nelle provocazioni dell’attualità. Gli basta un imput minimalistico per andare alla radice, là dove le cose ancora non sono e cominciano ad essere: un rapinoso ricordo, un brano di memoria. Gli basta un‘immagine di natura, gli bastano i suoi alberi da declinare con quelli di Mondrian.
I suoi alberi, le sue figure non partono dalla descrizione, dall‘aspetto e nemmeno dal contesto, paesaggio e stagioni. Sono il risultato di tante voci una sull’altra, sino a formare un vocabolario sul quale l’artista struttura un proprio linguaggio, sostenuto da una sintassi classica. Cosicchè tanto il naturale quanto l’organico non vengono assunti come elementi singoli, come particolari di un tutto, tessere di un mosaico, ma come una prospettiva scenografica su cui viene interpretata la folgorazione, lo spettacolo della vita. Ed ecco su questa scena irrompere voracemente la luce e il colore.
La natura e gli alberi, così come le figure diventate personaggi avendo assunto un’identità, vengono proposti come elementi di vita spirituale ed emotiva proprio perché sono interiorizzati, percepiti, rivissuti. Vivono in quanto fanno parte della dimensione esistenziale: quegli alberi sono figure, esseri umani, siamo noi. Così come le figure diventate personaggi sono parte integrante della natura, sono natura esse stesse: calchi di argilla, terre, rocce, paesaggi, territori. In Toffoletti la natura non è più, come per gran parte del Novecento, un riferimento traslato cui ricorrere per necessità di comunicazione; è assunta con una misura esistenziale e non naturalistica. Esistenza come attualità e memoria, presenza ed estraneità, passato e presente.
Alla ricerca del significato
La pittura di Pier Toffoletti è percorsa da una scia di (apparente) contradditorietà. E’ una dialettica aperta, un duello in corso in cui, drammaturgicamente, i contrari si combattono in una lotta a superarsi, a vincersi. Lungo questo confronto, che poi è un’ininterrotta ricerca del “senso“, la sua pittura può permettersi di abbandonare stesure coloristiche a volte sfolgoranti, per impoverirsi sino ad approdare al mono-cromatismo, quindi ad una ricerca più tonale che coloristica; e può persino trascurare la comunque inconfondibile eleganza del gesto. Ciò significa che l’artista si pone al di là degli strumenti e delle buone regole del dipingere, che pure possiede in modo così fluido da apparire istintivo, per privilegiare la caparbia determinazione a capire, a ricercare il senso, a rispondere con la pittura a domande di tipo esistenziale. Sui versanti di questa ricerca comparata, utilizza una pluralità di strumenti tra loro ben coordinati, con i quali produce successive stratificazioni. Cosicché ogni dipinto assume una storia anche di tipo operativo e materico.
Attenzione però, perché la splendidamente ricca varietà di elementi pittorici cerca e trova un referente nella geometria, “che è bianchissima in quanto è sanza macula d’errore e certissima per sé e per la sua ancella, che si chiama Perspectiva” come scrive Dante nel Convivio. Ed è proprio la prospettiva ad attivare nei dipinti di Toffoletti un moto d’accelerazione in modo che i volumi (la natura, le figure) si possano distendere nello spazio e indicare altri spazi di tipo simbolico.
In questa prospettiva aperta nemmeno gli elementi figurali sono sufficienti a se stessi. Vengono quindi altrimenti dislocati attraverso il loro speculare sdoppiamento. Dove lo specchio, da una parte capovolge l’ordine delle cose e, dall’altra, accentua la dimensione dell’apparire. Ritorna la dialettica dei contrari con la quale Toffoletti esalta la drammaturgia del presente: il mondo delle cose e degli affetti, le immagini di natura, la realtà urbana vanno a collidere con un remoto (attraverso la memoria riappare la storia) spleen esistenziale, con ricerche di significato, di identità, di appartenenza. Figure e natura che nello sfuggire a se stesse in verità si replicano, si ricercano ossessivamente anche attraverso una modularità di tipo fotografico.
Lungo le pendici di questa “figurazione allusiva“, Toffoletti sale con un ritmo scandito dalla qualità di una pittura sedimentata, dove anche il gesto si storicizza e diviene, nel tempo, elemento simbolico. Fino al quadro diventato cosa, fatto oggetto, che si auto-contestualizza, perché il cerchio della dialettica Toffoletti lo chiude in sempre nuove ripartenze..
Un unico, grande tema
A Pier Toffoletti interessa un unico, immenso tema, ed è la condizione umana. Rapporta la ricerca del senso della storia al soggetto in cui si riverbera: la persona umana, raccolta in immagini del presente proiettate in una dimensione storica. E’ questo il referente, l‘elemento centrale che ritorna come un‘ombra. La condizione umana, accolta e quasi protetta dalla natura (gli alberi), è la traiettoria di quel volo pindarico che collega le remote radici, gli elementi originari di una storia che si studia nel proprio farsi, ai simboli, all‘attualità o, meglio, alla percezione talvolta innaturale propria dell’uomo d‘oggi.
In questa fondamentale prospettiva di percezione ritorna un elemento costante nella pittura di Toffoletti, ossia il sentimento del sacro. Più che un soggetto, è un clima che si traduce in una forte coscienza individuale della condizione e della dignità dell‘uomo. Mentre subodora e talvolta annuncia la fine, Toffoletti  mantiene alta la tensione dell’opera: ogni dipinto è una domanda e forse una preghiera. Come di chi, nonostante tutto, investe sull’esistenza che però vede attraversata dal montaliano mal di vivere: una sottile trama di disperazione, inutilità, inadeguatezza nel preciso  momento in cui – ed ecco il dramma – cerca futuro, prospettive, energia, speranza. E intanto coltiva, nell’incombere della tragedia, quel tanto di libertà che permette di alimentare l’esistenza. 



"Luminescenze" - Mimmo Di Marzio - 2006

Il grande maestro tedesco Gerard Richter, padre antesignano della figurazione contemporanea, sosteneva che l'arte deve creare un nuovo linguaggio visivo ma deve anche saper mantenere una propria libertà d'azione, sottrarsi alle classificazioni perché «l'arte, nel senso proprio del termine, esiste malgrado tutto..(...), è sempre esistita e continua in quanto aspirazione suprema alla verità...(...). E' la forma più perfetta della nostra umanità». Non è forse un caso che a pronunciare queste parole fosse un grande artista di fine ’900 che, in un’epoca contraddistinta dalla proliferazione dei media artistici e da una diffusa vocazione al concettualismo, ha saputo riscattare il mezzo pittorico da una progressiva crisi di identità. Rinnovandosi, la pittura ha da allora imparato a dialogare da pari a pari con i linguaggi propri della cultura contemporanea, dalla fotografia al video fino a internet, pur mantenendo integre le proprie capacità alchemiche e continuando ad attingere alle stratificazioni della memoria estetica dell’uomo.
L’artista friulano Pier Toffoletti appartiene a quella schiera di artisti contemporanei che hanno fatto propria questa lezione, arricchita beninteso da quell’italica predilezione per le categorie dell’universo classico che rendono riconoscibile ancora oggi la nostra figurazione in ogni angolo del mondo. Evidente nella sua opera appare l’eredità del cosiddetto medialismo, una pittura che, mutuando  dall’universo mediologico,  assume connotazioni sempre più mentali, analitiche e che, più che ad un’opera materialmente concepita, guarda a una collocazione dei linguaggi, dei codici, dei segni di un universo più ampio.
Nella sua ricetta, l’artista sceglie di mescolare ingredienti cari alla tradizione ad altri appartenenti al proprio bagaglio esistenziale e collettivo. Al centro dell’opera primeggia ancora una volta il corpo vissuto come strumento di liberazione dell’anima. I corpi di Toffoletti, nel loro iperrealismo magico, figurano sospesi in uno spazio a-temporale come creature archetipiche e, allo stesso tempo, assolutamente quotidiane. I suoi riferimenti all’universo femminile assumono una sacralità che pare dissolversi in icone essenziali e, attraverso il colore della materia, quasi svaniscono come reminescenze di un mondo lontano, di una realtà perduta prima ancora di essere consumata.
Il colore appunto, che viaggia attraverso una gamma di acide monocromie entro cui la figura si mescola e in parte si dissolve, aumenta il senso di spiazzamento e di atemporalità mentre la luce, fredda e artificiale, pervade la visione. Le figure, fotografate nella scia di un sogno come polaroid solarizzate, fluttuano nello spazio e paiono umane luminescenze, ferme nell’estasi di un istante plastico che sembra sempre presagire messaggi universali.
In questa nuova fase del percorso artistico di Toffoletti, l’indugiare con il media fotografico non prescinde da un valore fortemente pittorico della composizione, al di là dei riferimenti a un’archeologia del presente sviscerata con segni graffianti e con l’introduzione di contrasti materici. Nei suoi nudi senza volto, il corpo torna a configurarsi come privilegiato strumento di indagine, dove la luce e il segno accentuano i valori plastici in un formalismo dai contorni caravaggeschi. L’anonimato e la simbologia del gesto rivelano costantemente l’intenzione di esaltare un corpo sempre più contenitore di emozioni e luogo generatore di relazioni inconsce tra uomini e cose.
In queste sacrali trasfigurazioni, i corpi sembrano fondersi ad una natura ideale, trasportati in spazi irraggiungibili, siderali: ora  boschi notturni irradiati di luce che emergono da fondali impenetrabili, ora prati notturni coperti da enormi arbusti fosforescenti.
Toffoletti, attraverso l'uso sapiente di materiali mediali, dà vita a una pittura sempre evocativa e  a tratti metafisica. Una rappresentazione approfondita e sintetica, la sua, tale da suggerire la presenza di un mondo altro, non definibile con il solo mezzo fotografico, ma il cui lirismo riesce ad essere pienamente espresso con una tecnica assolutamente tradizionale: la pittura.
Tra i simboli ricorrenti nella sua opera, forse non sempre consapevolmente, c'è anche quello dello specchio ovvero della specularità del soggetto femminile che fa capolino nelle composizioni come carattere essenzialmente "gnostico" e contemplativo. Il mito stesso di Narciso, del resto, corrisponde al dramma dell'artista e alla impossibilità di comunicare, di corrispondere; o, meglio, è l'istituzione di una molteplicità di forme di specularità che non implicano comunicazione: la simmetria, la specularità, la corrispondenza. Ma lo specchio, come afferma Titus Burckhardt, è anche il simbolo più diretto della visione spirituale, la contemplatio, e in generale della gnosi, "giacchè attraverso di esso si trova concretizzato l'avvicinamento del soggetto e dell'oggetto".
Anche in Toffoletti, la scelta del soggetto artistico doppio ha un ulteriore valore, proprio a testimoniare un’importante caratteristica della sensibilità contemporanea circa la percezione del sè. Nella società contemporanea l’individuo percepisce se stesso come un doppio di corpo ed anima slegati e conseguentemente riuniti come le tessere di un grande mosaico.



Raffaele De Grada (2005)

Una volta, ma fino a poco tempo fa, quando appariva un artista, sembrava indispensabile accertarne la sua prima formazione nelle sue tendenze della prima gioventù, nella sua vocazione pressoché infantile ad avvicinarsi al mondo delle arti. Oggi le regole sono cambiate: può avvenire, come nel caso del friulano Pier Toffoletti, che ci si trovi in breve tempo dinanzi ad un vero artista nella sua maturità, che prima del 1995, data d’inizio del suo totale impegno con la pittura, si era fatto un nome tutt’altro che terreno, quello dell’arte pubblicitaria. Serve una prima riflessione, per renderci conto della situazione.  Pur lentamente il nostro mondo è passato da una condizione artigianale al pieno sviluppo di una società industriale, la comunicazione visiva, già dedicata nell’arte figurativa a suscitare i sentimenti dell’uomo singolo, nell’epoca nostra è destinata a commuovere o almeno animare le grandi masse coi mezzi che la tecnica moderna offre. Tutto ciò nell’effimero, nell’emozione del momento, senza pretese di “eternità” dell’arte. Si tratta dunque di accertare con spirito obiettivo quanto, nel caso di Toffoletti, sia passato dall’arte pubblicitaria nella pittura.
Ebbene, come prima considerazione, Toffoletti non ha per niente contrabbandato nella pittura la sua esperienza e capacità di operatore pubblicitario (come avviene in altri casi clamorosi), ma ha affrontato con grande serietà i problemi della “pittura-pittura”, dell’immagine che non è destinata ad uno scopo, ma soltanto alla evocazione di un sentimento che in lui è cresciuto in sintonia con la visione pittorica.
Le opere pittoriche di Toffoletti, intorno all’anno 2000, danno l’impressione che quest’ artista, ormai nella sua maturità, si sia svegliato alla pittura come se l’artista volesse raccogliere le tracce languide di un periodo cancellato quello della figurazione pur moderna che affiora da un palinsesto di due strati, uno apparente con l’immagine frontale della donna e sotto un impasto di polvere di marmo e ossidanti.
 Ma l’impatto con la donna dell’opera “Impatto con Music” (pag.12), si conferma in progresso più stabile e giunge persino a raccogliere il vento della terra che spinge all’indietro la bella coda dei capelli. Non dimentico che Toffoletti è un veneto e questo corso di immagini umbratili e in negativo, con tecniche moderne, ricordano quelle immagini di madonne che nel Quattrocento venivano dipinte sui bastioni delle mura da Jacopo da Montagnana e altri buoni pitotri del periodo.
A scanso di equivoci ricordo che le immagini di Toffoletti, pur nella loro essenza umbratile e suadente, sono laiche e perfino mondane. Sono immagini di splendide ragazze e il nome dello stilista Armani ricorre più volte “Reperto Armani” (pag.18).
Piacerebbe vederle inserite in un ambiente tutte insieme, come in una sfilata, così come facevano una volta, nel Quattrocento appunto, con le tavolette artigiane tanto care alle famiglie nobili e borghesi al tempo degli Sforza. Ma poi Toffoletti, in ordine di tempo, muove la figura.
E’ una concessione al gusto moderno un quadro come “Caricamento” (pag,20).
Perché il nudo accucciato urlante?
Le opere di Toffoletti qui riprodotte sono soltanto degli ultimi cinque anni (2000-2005).
E’ importante considerare questa situazione temporale anche perché, senza assurdi ideologismi, sembra che le inquietudini esistenziali nella pittura siano rimaste consegnate al secolo drammatico, quello delle guerre e degli sconvolgimenti politico-sociali, il Novecento. Tuttavia, pur nel breve arco di tempo dei conque anni, in una idea unitaria della pittura di Toffoletti, si ravvisa un certo mutamento nel suo corso fino ad oggi. Le immagini femminili sono sempre meno ferme, non in posa ma con gesti passionali, assorti “Entroterra” (pag.22), “Arreco” (pag.25), la bellezza dei ocrpi non è più soltanto contemplata è scoperta come se l’artista volesse leggerne il senso riposto, ciò che fa diverso un personaggio dall’altro, nella curiosità della vita. In questa volontà antiretorica di diversificare un modello dall’altro, avversa a un classicismo di maniera, si osserva tuttavia una continua ripresa a un livello più alto, di un fatto unitario che consiste in nel libero canto della bellezza dei giovani che son fatti non soltanto per combattere o pregare, ma per amare e godere la vita, che è una sola.   E’ perciò che mi piace questa pittura di Toffoletti, perché ci vedo un incontro non formalistico con la figura, riconoscendo che questo giovane, non è tra quelli, troppo numerosi, che negano l’essenza stessa della vita nascondendosi dietro elucubrazioni intellettuali.
Per resistere alla visione del bello, per mantenesi fedeli all’ideale che ha sposato, l’artista ha bisogno di sentirlo nella sua mutevolezza, non lo può sentire fisso e fermo come un idolo. Toffoletti ne tiene ben conto e insieme a nudi sensuali e a ragazze frementi di attesa “L’attesa” (pag. 32), ha cominciato a dipingere opere non figurative, macchie informali articolate in libera composizione.
E’ cedimento oppure soltanto esercizio espressivo che gli concede maggiore impegno nella sua opera maggiore, evitando il rischio della comoda ripetitività?
Già nella sua pittura figurativa si avvertiva questo bisogno di muovere come scuotendola in una mossa elettrica “Elettrica” (pag.25), “Confronto” (pag.36).
Noi, critici e storici consumati, che ci interessiamo degli artisti delle nuove generazioni, conosciamo bene, fino in fondo, ciò che si agita veramente nell’animo di questi giovani e che cosa è rimasto in loro ancora vivo di quelli che furono i nostri ideali, i nostri principi?
Noi abbiamo vissuto nella piena crescita, pur con tutte le sue anche atroci contraddizioni, di una società industriale che ora invece, in seguito allo sviluppo tecnologico, si sta “alleggerendo” di tanti elementi, umani e materiali, che l’hanno composta.
Come reagiscono le nuove generazioni a questi fatti?
E come lo si ravvisa nella loro arte? Se non si affrontano questi problemi, i nostri scritti sugli artisti diventano inutile agiografia.
Parlando, non in sede storica, di un artista in pieno sviluppo come è Pier Toffoletti, dobbiamo pensare come Pier Toffoletti sente questi problemi, come forza operante, in una prospettiva di avvenire e non certo come sanzione del passato.
Se si confrontano queste belle ragazze di Toffoletti con quelle come le vedevano i nostri amici, cresciuti con noi, Ennio Borlotti o Giuseppe Migneco, non ci vuol molto a capire che siamo veramente in un altro mondo e siamo portati a considerare che c’è stato tutto sommato un gran ritorno. Gli artisti come Toffoletti sono portati a ricostruire quelli che Baudelaire chiamava “i paradisi artificiali”,  come “il trionfo della natura artificiale”, quella che deve appagare l’occhio dell’uomo di oggi, stanco del brutale realismo.
Le donne di Toffoletti, irrorate di bianco, racchiuse in reggiseno avvincenti, hanno perso tutta la naturalezza che cresce, da Manet in poi, in tutta la pittura di origine impressionista, abitanno nele deliziose serre in cui le avvano collocate i pittori austro-tedeschi nell’Ottocento, il Blechen, il Makart. Allora quei pittori avevano bisogno di creare intorno un teatro, una retorica finzione, oggi Toffoletti si limita a circonfondere le sue belle donne di un velame polimaterico che le rende preziose e sognanti.
Si tratta di un “ritorno” reazionario?
No, Toffoletti con tutte le sue dissolvenze, con tutto il mistero delle terre che addolciscono la visibilità, con quel tanto di esotico che si mescola fascinosamente con gli urli e le agitazioni del Jazz, ci restituisce la figura umana nella sua bellezza e vitalità. Chi scorre le immagini di questo libro deve compiere lo sforzo mentale di accostare l’una all’altra queste immagini umbratili e vedrà crescere una specie di storia come quella che i bizantini hanno fissato sulle pareti delle chiese ravvenati quando, una volta cacciati i Goti, vollero rammentare per emblemi il riscatto degli uomini dopo secoli di barbarie. So bene che i confronti storici sono pericolosi né mi illudo che le donne di Toffoletti possano competere con le figure frontali di San Vitale o più in là con quelle di grande stile della Cattedrale di Chartres. Ma il principio è il medesimo: dopo la distruzione della figura umana, si cerca di ricomporla guardandola di fronte, essa ci suggerisce virtù e prodigi, ma nella bellezza del colore, della posa, del gesto e del corpo ci fa di nuovo amare ciò che prima era bistrattato e offeso. Pier Toffoletti ci riesce, con la sua grazia veneta che mai ha dimenticato le origini che da Lorenzo Veneziano in poi danno dolce sangue alla nostra natura umana.



Ritratti come specchio dell'anima di Giovanni Faccenda - agosto 2005

Da sempre incamminata per la strada maestra della bellezza classica, la pittura di Pier Toffoletti incontra invece nella sua stagione più recente il disagio misterioso di una contemporaneità ebbra di inquietudini oscure. Un segno, più spesso una patina di nero affonda quelle figure che sembrano in perenne attesa di qualcosa destinato a rimanere sconosciuto persino alla loro stessa immaginazione. Mostrano una interna apprensione, le donne di Toffoletti: come se un quid di inspiegabile, che alberga comunque nel loro quotidiano, intervenisse ad alimentare un taciuto travaglio, una sofferta, intima riflessione.
Di questa sorda afflizione, che diventa a tratti tenebroso tormento, a colpire è l'urlo recondito e inconfessato di chi vede spegnersi nel domani ogni motivo di speranza, in un crescendo di paure, ansie, arcani presentimenti verso una realtà sempre più malevola e ostile nei confronti degli esseri umani più sensibili.
L'attuale esercizio espressivo di Toffoletti riecheggia così, nella sua maggiore intonazione, quel realismo esistenziale che insiste ad ardere sotto le ceneri di una ricerca creativa volta a portare in superficie, nel magico paradosso di una eleganza figurativa, quanto di meno rassicurante esiste e si dissimula nell'uomo: un coacervo di stati d'animo altalenanti fra accettazione e rassegnazione.
E non stupisce, in un simile pensiero, il ricorso a donne belle e fascinose che soltanto raramente ci guardano negli occhi: forse per nasconderci quello che eventualmente potremmo scoprire se solo incrociassimo il loro sguardo.
Il male di vivere ha intaccato alla radice la bellezza. Ecco perché, con indomita urgenza, Toffoletti continua a spingersi oltre quel versante dove la pittura soppesa una certa umana irrequietezza.



prof. Vittorio Sgarbi tratto da "I giudizi di Sgarbi" Editoriale Giorgio Mondadori

Con Pier Toffoletti si può parlare di una pittura che sembra provenire da un affresco antico, eseguito sul fondo di un muro che ha subito l'ingiuria del tempo, e dove oramai il testo pittorico è andato in parte perduto, lasciando aperto un enigma indecifrabile. Il modo di procedere di questo artista è in parte mentale e in parte onirico. A volte l'immagine campeggia come su una scena, altre volte pare al contrario tendere a scomparire completamente, lasciando solo un'ombra che lascia intravedere ancora dei segnali, altre volte ancora appaiono figure nude di uomo o di donna, compenetrate in una loro arcana sacralità. In queste scenografie, le posture armoniche dei corpi hanno un non so che di misterioso nella qualità emblematica dei gesti, come assorte in un languore casto, o come se fossero evocazioni decorative che alludono a qualcosa di precariamente reale. Artista di scuola, Toffoletti ha scelto di applicarsi a una tecnica mista, grazie alla quale le sue opere giocano sugli elementi usati dagli antichi affrescatori. Egli applica a supporti lignei la polvere di marmo, gli ossidi e le sabbie in un gioco alchemico quanto mai personale. Prima però li impasta utilizzando collanti per ottenere la base materica su cui poi intervenire per realizzare graffiti, rilievi, incisioni; quindi procede all'applicazione dei colori acrilici, realizzando cromie e contrappunti che rilevano la composizione, conferendole vibrazioni del tutto insolite. Nella sua inquietudine, tuttavia, non si accontenta ancora di questa elaborazione materica, e sul suo complesso assemblaggio interviene ancora successivamente con la pittura ad olio. È dunque innegabile il fatto che Pier Toffoletti, maestro veneto di Udine, abbia scelto di vivere la sua arte nel segno nostalgico dell'ammirazione per la pittura del passato. Ma è necessario distinguere tra chi guarda gli antichi maestri dell'affresco copiandone pedestremente gli stilemi e chi, come Toffoletti, gioca in chiave totalmente originale e autonoma dai modelli stilistici che si è scelto. L'intelligenza poetica di questo artista evita infatti qualunque tentazione esornativa o narrativa, per ribadire l'importanza di una visione ritmata solo dai segni del suo grafismo materico. La sua aspirazione è evidentemente quella di non lasciarsi irretire da una fascinazione imitativa, ma di delineare un dialogo silenzioso di figure del tutto contemporanee, dal momento che si collocano in uno in spazio strutturato come un'ambientazione concettuale. I suoi personaggi sembrano a volte immersi in un'estasi amorosa, a volte sono compenetrati in luminescenze che ne stemperano la corporeità in pura ombra. Ma se essi si presentano all'osservatore - coinvolgendolo - come se fossero avvolti dall'aura riflessiva di una problematica esistenziale senza soluzione, sconfinante forse nella ricerca metafisica di una verità ultraterrena, d'altro canto le macchie e i tratti astrattamente indecifrabili che li circondano sono i segni di un inconscio già esplorato, la cifra di un linguaggio tutt'altro che inattuale. Non è un caso tuttavia, che nelle più recenti sperimentazioni la figura umana sparisca definitivamente. Restano solo più gli sfondi ruvidi, le superfici graffiate da iscrizioni e segnali, da tracce di presenze che hanno ormai consumato il loro tempo, come se i muri rugosi della memoria li avessero inghiottiti in un vuoto ombroso e protettivo. Qui lo spazio si coniuga in tensioni drammatiche, dove il colore si riduce a puro impasto argilloso, e dove la luce gioca il suo ruolo fra le pieghe della superficie scultorea di un bassorilievo astratto.



Prof. CAROL DAMIAN responsabile del Dipartimento di Storia dell'Arte del FIU Universita' Internazionale della Florida

I suoi lavori sono basati su elementi frammentari ed illusori di tempo e di luogo e parlano molto della sua eredita' italiana, degli antichi affreschi e delle immagini indimenticabili di divinita' che un tempo presiedevano la vita nei tempi e nelle vie.
Spesso l'artista fa riferimento al passato classico, tuttavia, le immagini di Toffoletti, sono decisamente moderne, come lo e' la sua sensibilita' per i segni, i graffiti ed il trattamento della base su cui dipinge che sono il completamento di ogni suo lavoro. Toffoletti usa una mistura di cemento e di colore per creare superfici uniche per i suoi soggetti, egli, con la sua pittura, va al di la' di una semplice descrizione di cio' che vediamo. Immagini sensuali emergono dalle profondita' di queste superfici come complementi attraenti di un ruvido e tangibile sottofondo.



Prof. PAOLO RIZZI - Critico d'arte - Venezia - Agosto 2000

L'incontro-scontro è sconcertante ma anche suadente. Ecco avanzare verso di noi alcune ragazze: sono, più o meno, le stesse che vediamo per strada, salire sull'autobus o entrare in qualche boutique. Il loro incedere, il trucco leggero, i vestiti alla moda, la stessa aria disinvolta obbediscono all'estetica di oggi. Esse sono figlie dei "media". Ma nello stesso tempo la loro apparizione pare uscire dal tempo. Avanzano come se uscissero da un affresco antico, magari di Raffaello, un muro screpolato e tutto screziato da segni indecifrabili. E noi ci chiediamo stupiti: possono essere, quelle ragazze, di ieri come di oggi? La loro ambiguità ci affascina. Ne rimaniamo attratti in modo strano.
In realtà le raffigurazione che ci propone Pier Toffoletti - le "sue" ragazze, che ci guardano assorte mentre prendono il caffè o si stanno vestendo davanti al letto - entrano perfettamente nella cultura più attuale. Sono antiche perchè questa cultura non può che rivolgersi sempre più all'antico, anche per uscire dal disorientamento e dalla nevrosi che ci investe; e sono moderne perchè non possono, irrimediabilmente, che essere nel presente, vivere nel presente, abbordare il presente. E' il carattere precipuo della nostra temperie di inizio millennio, che i sociologi amano definire "contaminata" o "composita". La moda, si sa, non ha più una direzione: essa punta in avanti ma anche guarda all'indietro. Tutto ciò di cui ci circondiamo è all'interno del sistema tecnologico ma anche fuori da esso, cioè nella nostalgia di un tempo perduto. Per questo motivo tanto successo hanno i "revivals", sia narrativi, sia filmici, sia appunto pittorici.
Pier Toffoletti - questo artista friulano giovane ma già maturo - ha capito perfettamente come dev'essere la pittura d'oggi, e soprattutto quella di domani: protesa verso le modalità più attuali e insieme nutrita dal sentimento del passato. Ecco allora questa suggestione che ci investe di fronte ai suoi affreschi (non sono tali tecnicamente, ma potremmo chiamarli così) dove la matericità vibrata del muro riflette il vitalismo dell'oggi in una dimensione che è quella di una bellezza classica. Certo, le ragazze e in genere i giovani che vediamo anche a gruppi nei quadri di Pier hanno un'eleganza, un comportamento così armonioso, quasi una nobiltà interiore oltre che esteriore, una perfetta congruenza strutturale, che si sembrano proiezioni di un passato aurorale: un tempo senza tempo in cui Fidia continua in Raffaello, secondo una tipologia dove, platonicamente, confluiscono verità e bellezza. Forse che queste due "schegge" della perfezione divina - appunto verità e bellezza - non possano tornare a congiungersi? E' il magistero dell'arte che ce lo propone, come antidoto alle banalità e alla volgarità degli anni in cui viviamo.
La "linea ideale" di Toffoletti è questa. Non si tratta di meri citazionismi o anacronismi, secondo le formule di una critica che ci sembra ormai vecchia: nè di derivazioni fotografiche abilmente composte ed elaborate. La pittura ritorna a vivere dopo essere stata oscurata per quasi un secolo, torna alla luce come Proserpina dopo il "castigo" degli Inferi. Ma certo: oggi si può - anzi si deve - dipingere così: con questo senso prepotente del presente avvolto da una dolcissima nostalgia del passato. Che poi il nostro Pier riprenda moduli tipici del sistema dei "media", non è più da considerare una limitazione. Dai fondi magmatici (le polveri di marmi, le colle, gli ossidi di un procedimento quasi alchemico) vien fuori, prepotente, la vera pittura, magari sciolta e diluita come una lava pompeiana. Essa veste le eleganti figure uscite dai campionari di giornali, fotografie, film, video: le nobilita, le porta in un ambito di ricreazione artistica, le fa fremere, muoversi, respirare. Ora che l'artista ha lasciato in disparte talune insistite "antichizzazioni", ridandoci la freschezza dell'aria in cui viviamo, il risultato è ancor più cattivante. La ricerca di perfezione rinascimentale ha abbandonato schematizzazioni stilistiche: s'è fatta analisi psicologica, impulso emozionale, captazione sensitiva. Vita che vive nell'attimo, insomma: non vita artificiosamente resuscitata. Apprezziamo anche la finezza dei rapporti cromatici in cui sulla dominante rossastra di fondo, tipica del muro, si inseriscono toni ocrati, seppie, bruni tenerissimi, qualche tocco velato di violetti, di azzurrini spenti. E poi: ci stregano quelle screziature, quei graffiti, quei segni incisi di un alfabeto che non riusciamo a comprendere. Quanto insondabile è l'animo umano!
Passano davanti a noi le ragazze con la loro aria sfrontata o mesta. Si allontanano a passettini veloci. Ma non le dimentichiamo. Dietro di loro sentiamo ancora il loro profumo: di ieri e di oggi. Non sono fantasmi.



Dott. ANGELA FELICE - Critica d'arte e letteraria - Udine - 2000

Occorre guardare a lungo, con lentezza e più volte le opere di Pier per sperare e cercare di penetrare la raggera di possibili suggestioni e andare al di là del primo impatto di patinata gradevolezza visiva. Occorre cioè lasciar scorrere lo sguardo (della mente emozionata - si direbbe - prima ancora degli occhi) su superfici a loro modo spiazzanti, mosse da compiture e gradazioni impalpabili di colore evanescente; materiche al punto di reclamare quasi di essere percorse con la mano e sfiorate; dislocate inoltre nell'impaginazione in cui, appunto, gli orli e le periferie hanno un rilievo non migliore delle zone più a fuoco del centro, e dei suoi dintorni. A cosa, ad esempio, accordare il primato d'importanza, secondo un'ideale gerarchia di valori e significati figurativi? Ai muri martoriati del fondale, incisi da unghiate o punteruoli, schegge e segni indecifrabili di scrittura, tanto graffiti del disagio metropolitano quanto geroglifici di arcana preistoria? O non piuttosto alle figure più riconoscibili che, su quello sfondo attraversate dal mistero del suo senso, si stagliano e si ritagliano?
Sono presenze umane, queste ultime, che campeggiano entro cornici quasi protettive, portano in luce una plastica evidenza, si organizzano e si fissano in posture di atteggiamento classico o post-classico che ne valorizza la dimensione fisica, la morbidezza delle carni o l'armonia estetica del corpo. E' una sorta di languida sensualità, pudica quanto intensa, ovatta le evocazioni femminili, prevalenti su quelle maschili, sorprese in gesti raccolti e quasi in attimi ripiegati di intimità solitaria e di colloqui interiore. La veste, se c'è, è poco più di un panno, precario ed informale involucro offerto al chiaroscuro delle pieghe, adatte al gioco visivo di coprire, scoprire e rivelare, più che di abbigliare, il linguaggio segreto della nudità corporea e della sua castità rivelata. Esenti da compiacimenti decorativi, le donne di Pier sono prive anche del desiderio di possesso, di sè sugli altri, degli altri su sè. Sono concentrate invece in una sorta di sospensione del tempo e dello spazio e in una zona neutra di solitudine raccolta. E di sè non offrono all'osservatore che le spalle, il volto obliquo - piegato o alzato -, il profilo o il taglio defilato e indiretto degli occhi che non cercano mai quelli di chi ne contempla l'intimità, ma viaggiano altrove: dentro se stesse o in un "fuori" indistinto cui, sua volta, è invogliato a spingersi anche lo spettatore esterno.
E dunque, in questo gioco di occhi che evitano di guardare e di essere guardati, si scopre che le tele ospitano bagliori intermittenti di visioni e segni di bellezza sfuggente, gravati da echi sapientemente filtrati da tanta tradizione illustre di arte del passato ma già prossimi a perdersi, a svanire e cancellarsi per sempre. E si scopre anche che le basi sofferte e ferite dei fondali incisi sono perciò il necessario corredo di quell'epifania discreta della bellezza, sull'orlo del suo precipizio e contro il muro brutale di un involgarito presente. E infine ecco che le tele di Pier, guardate e riguardate, alla ricerca dei legami a specchio tra la tragicità delle basi e la grazia opalina delle figure umane in primo piano, ecco che quelle tele lasciano solo un'ultima decisiva emozione, anche a chi - come chi scrive - si può affidare solo agli scampoli della propria sensibilità e non a una presunzione indebita di competenza tecnica. Lasciano dunque un'eco di struggente malinconia, come di chi sa l'inattualità dell'idea e ne può solo contemplare la fragile apparizione nei momenti solitari del raccoglimento interiore.



PAOLO LEVI , critico d'arte - 1999

Un pittore che ha come imprescindibile dote quella di saper disegnare. Pier Toffoletti usa quest'arte assai antica per portare sul palcoscenico della tela la bellezza del corpo femminile nel suo mistero. Esaminiamo il dipinto Figure e panneggi. In questo caso egli ama "disegnare", tramite una sottile scrittura pittorica, l'atteggiamento dei volti delle due figure, specchio delle infinite possibilità dell'espressione dell'anima femminile.



KAZUO AKIYOSHI (Direttore culturale del Museo dell'Arte Contemporanea di Sezon - Giappone) - 1998

Nessuno potrebbe avere dubbi se, riferendosi ai lavori di Pier, li considerasse opere di un artista del Rinascimento. Rappresentazione umana che può portare alla luce anche la spiritualità mediante gli schizzi eccelentissimi.
Ornamentalità ed emozione che hanno un effetto che fa ricordare un affresco sulle materie come la sabbia e le polveri di marmo applicate con grosso spessore. Mi fa una grande sorpresa sentire che tutte queste sono derivate dallo svago e dal passatempo di Pier Toffoletti che è amministratore di un'agenzia pubblicitaria, allo stesso tempo regista di programmi televisivi, nato nel 1957, cioé di soli 41 anni! Faccio tanto di cappello alla profondità e l'ampiezza indefinite del mondo dell'arte italiana che può nascere un artista come lui.
Mi sembra molto naturale che lui e le sue opere si facciano notare in tutto il mondo.